Temenik Electric: rock tra due mondi

 

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Si chiama “Inch’Allah Baby” il secondo album dei Temenik Electric, gruppo franco algerino fondato sette anni fa da Mehdi Haddjeri, e il bassista e amico d’infanzia Jerome Bernaudon.

Inch’Allah Baby è un incrocio spontaneo tra due culture, due mondi, due influenze. Dieci titoli che oscillano senza tregua tra il fatalismo mistico dei popoli del Maghreb e l’edonismo classico e arrogante del rock anglosassone. “Rock arabo”, Mehdi rivendica questo appellativo, già adottato da altri. “Io sono un figlio del rock e del pop inglese – dice – che però è cresciuto ascoltando musica araba in famiglia”. Mehdi infatti è nato da genitori algerini immigrati in Francia, a Marsiglia, insieme ad altri 15 fratelli. Negli anni 80 non si parlava di traffici, kalashnikov, islamismo radicale, bensì di povertà e di speranza in una scalata sociale, di razzismo e sogni di integrazione.

Incurante di quello che gli altri potessero pensare, Mehdi  danzava, faceva teatro,e ascoltava musica. Uno dei suoi fratelli lo portava tutte le domeniche alla biblioteca municipale “C’era un rituale – racconta – ognuno aveva diritto a tre dischi, è cosi che ho scoperto il rock e pop inglese”.

Egli ha scelto di cantare in arabo perché quest’ultimo suona brutale, energico, più in linea perciò con il temperamento del gruppo, composto appunto da Mehdi alla voce, Jerome al basso, Hassan Tighidet alla chitarra, Djamel Taouacht alla batteria e Mathieu Hours alle macchine.

Due anni dopo il loro ultimo album, “Ouesh Dada?” i Temenik Electric conservano questa particolare energia, questo rock esuberante e la voglia di fare festa che caratterizza tutti i loro concerti. Il passaggio agli studi Real World a Bath in Inghilterra, stesso studio di Peter Gabriel, nelle mani di Justin Adams, chitarrista di Robert Plant, e Tim Oliver, danno un nuovo spessore al loro impeto artistico.  

“Ena Ouyek”(Io e te), il titolo che apre l’album, incarna a pieno questa doppia cultura araba e rock. Basso profondo, ritmo tribale, ritornello orecchiabile e violino; è tutto li.

Fin dall’inizio, l’Oriente colpisce l’Occidente, in un abbraccio che sa di carne e sudore. Qui, l’alchimia sonora apre nuovi orizzonti.

Altri brani come “Denia, Denia”, “N’touma” et l’ipnotica “Mezel El Barani”, canzone di polvere e deserto tipica della trance Gnawa, invitano alla danza, soprattutto grazie alla chitarra di Hassan Tighidet, che ricorda i ritmi tuareg dei Tinariwen. “Zakya” invece, l’unica ballata del disco, è un inno alla purezza dei sentimenti, che strappa l’anima.

Inch’Allah Baby è un album intimo e universale.

Intimo perché parla fantasmi e angosce personali. Universale perché, senza essere politico, è ribelle e parla dei malesseri di oggi, tracciando un ritratto molto sensibile della situazione dei francesi di origine algerina.

In un momento in cui il razzismo nel paese sta crescendo, dopo gli ultimi eventi, “Kifech n’Dir”, cuore dell’album, simboleggia l’incomprensione nervosa che agita il cantante. “Come fare? Come riuscire a vivere insieme? Quando smetteremo di essere stranieri? “ recita il ritornello.

“Noi gruppo impegnato? – dice Mehdi Haddjeri – “non parliamo che dell’amore, ma, al giorno d’oggi, è il contesto che trasforma la nostra musica in una causa”.